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Sono sempre stata affascinata dalla Battaglia di Lepanto. Uno scontro fra giganti, un combattimento tra culture, popoli, religioni.

Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega cristiana cui partecipano Venezia, Spagna, Stato Pontificio e altri, guidata da don Giovanni d’Austria, sconfigge presso ‪#‎Lepanto‬ la flotta turca al comando di Mehemet ʽAli Pascià.

La battaglia, terza in ordine di tempo e la maggiore svoltasi a Lepanto, alla quale parteciparono Venezia, Spagna, Stato Pontificio ed altri, guidati da don Giovanni d’Austria contro la flotta dell’Impero Ottomano, si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate.

Scaturita dal tentativo turco di occupare l’isola di ‪‎Cipro‬, la battaglia avrà un grande impatto sull’immaginario cristiano, e segnerà l’inizio del declino della potenza navale turca.

Una battaglia che arriva dopo l’assedio dell’arsenale di Venezia e i terribili episodi dell’isola di Cipro che videro torturare e uccidere in maniera efferata, tra gli altri, il console veneziano Marcantonio Bragadin.

A tal proposito, diari di bordo, lettere (sopratutto i fitti carteggi indirizzati a San Carlo Borromeo) e mappe parlano più di mille parole.

Quanto mi ha sempre fatto riflettere, studiando questa battaglia, furono le parole pronunciate dal sultano ottomano che constatando la disfatta disse:

Lepanto ci ha solo spuntato barba e capelli. Noi, con Venezia e Cipro abbiamo tagliato gambe e braccia“.

Insomma, la minaccia ottomana non finiva mica con Lepanto. E per dimostrarlo, l’Impero della Sublime Porta continuò a far parlare di sè per alcune altre centinaia di anni anche con un altro, epico, scontro: è l’11 settembre 1683 e l’esercito della Lega Santa respinse il tentativo ottomano d’invadere la Mela d’oro, Vienna, per poi giungere fino a Roma (“E abbeverare i propri cavalli in Piazza San Pietro“).

Una battaglia fatta di strategie, diplomazia e colpi di scena della quale ci sarà occasione di parlare (Nel frattempo vi rimando al meraviglioso film di Renzo Martinelli del 2012).

Nel frattempo, visto che oggi il nostro campo di battaglia preferito è sul mare, a Lepanto, vi propongo un mio articolo, uscito su L’Unione Sarda del 23 aprile del 2014 dove faccio un excursus che parte dalla Mitilene dei pirati Barbarossa e passa per la Sardegna dove, si dice, a far parlare di sè non furono solo rinnegati celebri ma, anche, un probabile “tercio di Sardegna” che, forse, avrebbe combattuto a Lepanto.

Buona lettura!

Da “L’Unione Sarda” del 23 aprile 2014

Quei Sardi rinnegati, da schiavi alla guida dei mori

Un pastorello e un rinnegato passati alla storia della reggenza di Algeri, una ragazza rapita e divenuta favorita del Bey, una bandiera della discordia che, forse, avrebbe svettato a Lepanto e un centinaio di torri disseminate su tutte le coste. Se anche in Sardegna il detto «Mamma li turchi» o, meglio «Is moros, is moros!» è diventato sinonimo di terrore vi sono delle valide ragioni storiche ma, anche, delle curiose sorprese. Le incursioni musulmane in Sardegna iniziarono a meno di cento anni dalla morte di Maometto.
A ricordare un tempo, nemmeno troppo antico – le ultime avvisaglie di pirateria si riscontravano ancora a metà Ottocento – sono toponimi, iscrizioni e un numero indefinito di leggende dal dubbio valore scientifico.
Certamente non è leggenda la storia, epica, del pastorello sardo che divenne terzo re di Algeri. Per raccontarla dobbiamo partire dall’Isola di Mitilene dove prese il via la carriera corsara dei fratelli Barbarossa che per buona metà del 1500 seminarono il terrore in tutto il Mediterraneo ampliando notevolmente i confini dell’Impero Ottomano. Non parliamo di azioni di galanteria quanto di stupri, torture efferate (che prevedevano scuoiamenti e bambini lanciati con i cannoni) e devastazioni. Come quella, per esempio, di Uras che, nella chiesa campestre di San Paolo, conserva l’iscrizione che ne racconta la distruzione, nel 1515, ad opera del pirata Kheir-ed-Dinn Barbarossa. Fu proprio durante una di queste visite in Sardegna che i due fratelli, probabilmente transitando per l’Asinara (dove ancora oggi sopravvive il toponimo Punta Barbarossa) incontrarono un pastorello di circa quindici anni che, a differenza di tanti schiavi, venne istruito alla corte di Aroudj prima e Kheir-ed-Dinn dopo che lo considerava come un figlio. Castrato per non poter procreare, nonostante avesse rinnegato il cristianesimo per sposare l’Islam, gli fu dato il nome di Hassan Aga il Sardo in onore della rara bellezza del giovane (hassan, in arabo, significa bello). Imparò presto l’arte dei Barbarossa e, oltre che per aver sventato l’assalto di Carlo V ad Algeri nel 1541, lo si ricorda per la grande umanità e savoir fair che, oltre a renderlo un grande statista, portò la città di Algeri, che lui fece risplendere di nuova luce, ad avere una sorta di adorazione nei suoi confronti sin oltre la sua morte, avvenuta nel 1543.
Diversa è la storia di un altro reggente, Ramadan Pascià, anch’esso sardo che, rapito e costretto a rinnegare la fede cristiana, entrò nelle grazie del sultano che gli conferì il titolo di Beylerbey per ben due volte, caso unico nella storia.
Del passaggio degli arabi in Sardegna, oltre a toponimi come Arbatax (la XIV a indicare la torre) si trovano anche i vari Cala ‘e is moros o, ancora, nel territorio di Desulo, un S’arcu e is saracenos che la leggenda vuol collegato a una grotta che custodirebbe i tesori abbandonati da un gruppo di pirati dopo una cruenta battaglia. Emblematica e controversa è, poi, la storia del tercio di Sardegna che, secondo tradizione popolare, avrebbe combattuto, con grandissimo onore, a Lepanto nell’epico scontro del 1571. A conferma del tutto vi sarebbe la bandiera utilizzata dai quattrocento archibugieri e oggi custodita nella chiesa di di San Domenico a Cagliari. Di fatto, la presenza dei sardi è abbastanza dibattuta e in tanti la riconducono, invece, a un desiderio di riscatto durante la presenza austriaca che si sarebbe tradotto nel racconto di un momento di gloria che ci vide protagonisti.
Ancora nell’Ottocento le coste sarde non potevano reputarsi sicure. Ecco, dunque, un’altra storia: nel 1815 una ragazza di Cagliari venne rapita dai pirati barbareschi e portata a Tunisi nell’harem del Bey Mustafà Rais. La giovane fece breccia nel cuore del leader musulmano che ne fece la sua favorita lasciandole, al momento della morte, un’ immensa eredità che andava a riscattare le umili origini. Verità o leggenda, anche in questo caso, valgono le regole della suggestione che oggi, dalla sommità delle tante torri, mute testimoni delle nostre coste, ci fa scrutare il mare con lo sguardo della fantasia.

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